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Articoli July, 23rd 2011 by oogo

Storify: the future of media?

Nonostante il rimescolamento cognitivo operato dal web, dalle reti e dai media digitali, la linearizzazione del pensiero rimane ancora il paradigma strutturale del nostro pensiero alfabetico. Nell’immenso caos di riferimenti iconici decontestualizzati e dall’uso di linguaggi dalle forme sempre nuove e prive di linearità narrativa che hanno generato uno dei maggiori corti circuiti cognitivi che la nuova era delle reti porta con sè, emerge ancora una volta l’istinto primitivo dell’uomo alfabetico che da quel mare vuol trarre nuovi spunti per ordinare il pensiero e metterlo in racconto orientandolo verso nuove forme logiche narrative.

Da qui l’esigenza di fornire non solo informazioni attraverso la rete, ma soprattutto strumenti che permettano di selezionare e rielaborare queste informazioni e  che aiutino il lettore a trovare dei riferimenti, a orientarsi in un mare senza confini dove la separazione che nella dimensione dei media tradizionali c’era tra ciò che è rilevante e ciò che non lo è, o tra ciò che è vero e ciò che è falso, oggi finisce invece con l’affogare nelle stesse onde e perdersi storicamente lungo lo stesso orizzonte. In questo caos, il lettore odierno ha perso l’antica consapevolezza che i media possono informarlo veramente su tutto e ha perso anche il senso di veridicità storica oggettiva e rilevanza dei fatti che i mass-media, volenti o nolenti, garantivano alla cultura di una società globalizzata, motivo per cui dall’allunaggio fino alla morte di Osama Bin Laden tutto viene messo in discussione dalla Rete senza però di contro fornire dei risultati oggettivi, così come l’intercettazione di una comunicazione privata e personale viene posta sullo stesso piano di una comunicazione istituzionale, generando di fatto un appiattimento generalizzato e destabilizzante dei canali informativi, come è successo in seguito alle rivelazioni di Wikileaks.

Il lettore contemporaneo esige quindi sempre più risposte, e lo dimostrano il successo crescente di servizi online come Yahoo! Answers o Quora, ma sa anche che non esiste una veridicità se non viene oggettivata e garantita da una cerchia ristretta di contatti in Rete di cui presume di potersi fidare, come quella di Facebook o di altri social network, da cui la recente esigenza di Facebook di inserire la modalità “Domanda” come proposizione di un post. Preferisce, in pratica, affidarsi alla propria rete di “amici” che non alla rete globale, dove Google e altri motori di ricerca finiscono con l’essere strumenti già obsoleti, più fonte di rumore che di certezze. Anche sul fronte dello user generated content, il produttore di informazione sa che non può più mirare a comunicare in direzione del mainstream, ma preferisce focalizzarsi sulla dimensione per così dire “locale”, comunitaria della propria comunicazione online, ossia quella del proprio gruppo di amici, contatti, follower. In questo il concetto di cerchia trova sicuramente la chiave vincente nel nuovo social di Google.

Tuttavia, tutto questo non conferisce ancora all’informazione in Rete una sua coerenza e linearità narrativa, perché anche all’interno di un social network quello della Rete rimane ancora una forma di linguaggio incompiuto, frammentato, che si predispone al racconto, ma non è ancora racconto.
Il lettore digitale, oggi, esige non solo informazioni, ma strumenti utili a organizzarle in pensiero strutturato, logico che possa tradursi poi anche in conoscenza. Strumenti che si predispongano a supportare cognitivamente quella scienza primaria, innata nell’uomo, che Lévi-Strauss paragonava al bricolage, ossia la capacità di eseguire un gran numero di processi differenziati a partire da un universo strumentale chiuso, e non infinito, di risorse. Da questo punto di vista il modello del social network rappresenta quindi il terreno fertile, il giusto punto di partenza, ma servono anche i giusti strumenti di selezione, aggregazione e composizione del messaggio.

Un nuovo modello di social network (ancora in modalità beta) che va a rispondere questa esigenza e collocarsi probabilmente in un’ottica evolutiva interessante è Storify. Storify è uno strumento semplice e immediato da usare che attraverso interazioni semplici, basate sul drag & drop, consente ai suoi membri di estrarre contenuti dalla Rete (Facebook, Twitter, YouTube, Flickr etc.) e assemblarli all’interno di un unico flusso narrativo più organico, generando così una storia, un racconto. L’idea nasce non a caso da un giornalista americano, Burt Herman, che dopo aver lavorato per 12 anni per Associated Press, ha deciso di prendersi una pausa di riflessione sull’evoluzione di ciò che fanno i giornalisti che è appunto quello di aggregare e filtrare i rapporti su fatti ed eventi e modellarli attorno a una narrazione coerente.

Altri servizi, prima di Storify, come Curated.By e Keepstream, erano andati nella stessa direzione, ma se il loro servizio oggi si concentra sostanzialmente sulla selezione di messaggi di Twitter da collezionare e condividere all’interno di un unico contenitore (modello del social media curation tool), Storify mira ad allargare invece l’azione su tutte le risorse della Rete e a supportare la generazione di un messaggio più articolato.

Insomma, forse è ancora presto per dire se quello che per ora è un innovativo ed efficace strumento di reportage online partecipativo diventerà un modello consolidato e vincente di giornalismo online. Di sicuro il successo è crescente: nel suo secondo mese di vita (marzo 2011) annoverava già 5000 siti partner e 13 milioni di visite, Al Jazeera ha creato un talk show basato sul suo utilizzo e per sette mesi è stato sperimentato da grandi testate americane come il New York Times e Huffington Post.


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