ArticoliRivisti January, 5th 2009 by oogo

Stelle di David e svastiche naziste

Ho pubblicato questo articolo originariamente sulle pagine di Facebook. Lo condivido qui articolandone in maniera più organica anche i concetti espressi in seguito durante il dibattito. Qui potete trovare il post originale su Facebook.

L’intervento armato di Israele sulla striscia di Gaza ha acceso subito in questi giorni gli animi della partigianeria politica. Fra stelle di David associate incredibilmente a svastiche naziste e bandiere israeliane bruciate, in molte piazze italiane si consuma il teatro dell’italietta della partigianeria da stadio cullata dalle strumentalizzazioni politiche e, di conseguenza, mediatiche. Sì, perchè sembra che il vero problema di questi giorni sia se si debba condannare Israele o Hamas, anche se dovrebbe risultare sufficientemente esplicito che non possiamo certo mettere sulla stessa bilancia uno Stato, giuridicamente e politicamente riconosciuto, come Israele con un’organizzazione terroristica come Hamas, e quindi Hamas rimane in ogni caso da condannare, se non altro perchè il conflitto parte da lì.
Tuttavia la questione che dobbiamo porci è se ha ancora senso combattere il terrorismo con l’azione militare e la guerra, soprattutto alla luce di quanto successo pure nel recente passato – per non dire presente – e mi riferisco alla guerra di Bush che ora tutti condannano, ma che in origine è stata appoggiata largamente da chi si stracciava le vesti in favore di una risposta bellica immediata e violenta al terrorismo islamico, anche quella spinta più da “tifoseria” che non da lungimiranza politica come poi i risultati attuali hanno dimostrato.
La pace in Medio Oriente, è stata in passato più garantita dal dialogo che non dall’intervento armato, dialogo che gli Usa negli anni Settanta, non scordiamolo, nella prima fase hanno pure mantenuto a lungo con il terrorismo palestinese attraverso la Cia, cercando sempre di mantenere un distacco neutrale e politico tra le parti, secondo la logica che devi entrarci per uscirci, devi conoscere e controllare dall’interno il nemico se vuoi trovare dei collegamenti e tessere delle prospettive di risoluzione. Non mi sembra che i successivi e più recenti interventi armati abbiano mai sortito nulla se non acuire il conflitto, sterminare civili e ridurre alla fame la popolazione, proprio come succede in questi giorni a Gaza. Combattere strutture reticolari e cellulari come quelle terroristiche con strategie di controllo verticali rivelano i limiti del loro stesso fallimento storico che non possono che tradursi nell’esasperato tentativo della risoluzione estrema: quello dell’intervento armato, brutale e senza sconti. Ben più argute, dal punto di vista politico, le strategie spionistiche degli USA svolte in passato dalla Cia con Al Fatah piuttosto!
Per questo non è così ovvio doversi schierare con Hamas o Israele, perchè dal mio punto di vista non è giusto schierarsi con nessuno dei due: Hamas ha torto, ma non c’è nemmeno alcun atto difensivo o diritto all’autodifesa che possa giustificare la distruzione di una moschea piena di fedeli o il lancio indiscriminato di razzi contro la popolazione sulla striscia di Gaza, così come 430 palestinesi uccisi di cui 65 bambini (terroristi anche loro?), per non parlare dei 2250 feriti, molti dei quali gravi. Un elenco delle vittime palestinesi uccise dall’esercito israeliano si può trovare proprio nel sito del Centro Israeliano per i Diritti Umani Nei Territori Occupati: il dato che più colpisce è la frequenza con cui appare la dicitura “Did not participate in hostilities when killed”, una formula che dichiara l’innocenza della vittima e il crimine di guerra perpetrato. Non si tratta di essere con Hamas o Israele, ma di essere con la popolazione civile, difendere i diritti umani e civili. Nel frattempo, proprio mentre scrivo queste righe leggo l’agenzia della Reuters di appena un’ora fa dove si dice che l’esercito israeliano ha fatto altre 34 vittime civili, superando così la quota di 500 vittime in soli 9 giorni di cui 87 bambini, ma tutto questo non ferma in alcun modo il lancio di missili di Hamas nei territori a sud di Israele.
L’unica cosa veramente ovvia è combattere qualsiasi intervento armato, dall’una e dall’altra parte e trovare vie di mediazione che, anche se sono state le più difficili in passato, sono state le uniche che hanno comunque contribuito spesso a stabilire tregue e ricucire la pace, indipendentemente che queste si siano svolte alla luce del sole o nel segreto delle concertazioni spionistiche. Quando si parla di Hamas parliamo anche di Iran e Siria, ossia non più di organizzazioni terroristiche, ma di Stati sovrani che difendono integralmente le posizioni e gli obiettivi politici di Hamas e la armano. A questo bisogna aggiungere che sotto il profilo economico Hamas è finanziata dagli stati arabi produttori di petrolio (principalmente da privati e non da istituzioni statali) e che le armi provengono anche dalla Russia e da paesi dell’ex-URSS. In questo senso, la logica del si vis pacem para bellum non potrebbe mai portare a una soluzione, ma solo a una terribile excalation del conflitto e non certo a una stabilizzazione della tensione, motivo per cui Onu e Usa oggi stringono i tempi con Israele per una tregua. L’unica soluzione è cercare qualsiasi via di mediazione per garantire a entrambi i popoli un loro stato come, peraltro, stabilito dalla risoluzione dell’Onu nel 1947. Tentare qualsiasi via di dialogo vuol dire utilizzare tutte le armi diplomatiche possibili, volesse dire anche, stringendo i denti, venire a patti con Iran e Siria, perchè è l’unica via concreta e possibile. Alla logica del si vis pacem para bellum è forse preferibile piuttosto quella del divide et impera. Non è combattendo Hamas che distruggi Hamas, ma cercando di dividere chi finanzia, arma e supporta Hamas, ossia Teheran e Damasco, tra i quali nel frattempo si stringe sempre più un patto di reciproca alleanza finalizzato a esportare il terrorismo di stato, destabilizzare il Medio Oriente e annientare Israele. Basti pensare che l’Iran ha finanziato Hezbollah per 500 milioni di dollari a condizione che la Siria non instauri un negoziato di Pace con Israele.
Ma il dialogo deve nascere anche e soprattutto da una lucida coscienza politica civile e quindi dalle stesse prese di posizione di cittadini come noi che, in un’epoca di forte pragmatismo e in assenza di visioni politiche, finiscono col determinare anche le scelte dei Governi. Diversamente, se il nostro impegno civile diventa sterile politica da stadio, finisce invece con il fomentare, al contrario, il gioco della strumentalizzazione politica e con il supportare alla fine solo gli interessi dell’una o dell’altra parte, ma non certo la crescita sociale e civile di un popolo, vale a dire scegliere comodamente di rimanere noi tutti comunque fuori dal gioco. Proprio come allo stadio.

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