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Zoomedia November, 19th 2010 by oogo

Arriva Path, il personal network

Quanti contatti in Facebook riesci veramente a identificare e monitorare nella tua attività relazionale?

Secondo Robin Dunbar, il numero di persone con cui un individuo riesce a costruire e mantenere stabile una relazione interpersonale in una rete sociale, corrisponde a 150 ed è un limite costitutivo dell’essere umano imposto dalla sua capacità di elaborazione neocorticale. La celebre regola introdotta da Dunbar è il frutto di una serie di analisi a livello sociologico legate alle dimensioni dell’ecovillaggio, una dimensione sociale all’interno della quale ogni essere umano riesce a riconoscerne i membri e tenere traccia dei loro legami relazionali. Tali studi finora hanno riguardato principalmente lo studio delle reti sociali, per così dire, organiche dell’uomo non tanto quelle virtuali. Con l’avvento delle reti sociali in Rete, Facebook in primis, qualcuno ha pensato che in virtù dei vantaggi offerti dalla Rete in termini di facilità e rapidità di accesso all’attività sociale, il numero di Dunbar potesse essere ormai abbandonato, ma secondo Cameron Marlow, ricercatore e in-house sociologist di Facebook, il valore non solo rimane valido, ma addirittura diminuisce! Il problema cognitivo, torna infatti a galla tutte quelle volte che non identifichiamo bene la persona che ci ha scritto nella bacheca, non ricordiamo bene perché lo conosciamo, nè quale attività svolge o quali le informazioni che ci siamo scambiati in precedenza.

In realtà, nonostante la nostra lista di “amici” annoveri centinaia di contatti, secondo gli studi di Marlow, la media degli utenti maschi di Facebook con più di 120 amici alla fine restringe la sua attività relazionale condivisa solo a 7 di questi – commentando status, post, link, immagini – e con 4 in media si trova a chiaccherare in chat. Cifre che aumentano leggermente con l’aumentare dei contatti: 17 su 500 per condividere commenti e foto, 10 su 500 quelli con cui in genere si chatta. Di poco superiori sono i dati sull’utenza femminile: su 120 amici si commentano i post di 10 e si chatta con 6; su 500, si commentano i post di 26 amici in media e si chatta con 16.

Ciò che in pratica risulta dalle analisi di Marlow è che ci relazioniamo in media solo con il 5-7% degli amici presenti in tutta la nostra lista di contatti di Facebook.

“L’aspetto interessante è che puoi anche avere 1.500 amici, ma quando si osserva il traffico all’interno dei social-network, si nota che le persone si muovono sempre all’interno di un cerchio di 150 persone. Le donne sono in grado di mantenere relazioni anche a distanza. Mentre i maschi hanno più bisogno di incontrarsi fisicamente“ (Robin Dunbar)

A cercare, tuttavia, di ricostituire una rete di contatti sociali continuativi, possibili e reali anche nella sfera virtuale, sulla base della Regola di Dunbar, ci hanno pensato Shawn Fanning – già celebre per essere stato colui che ha sviluppato nel 1999 Napster e da non confondere con il suo ex-socio Sean Parker, il “cattivone” del film The Social Network – e Dave Morin (ex Apple e Facebook) che hanno lanciato tre giorni fa in US, e da ieri anche in Italia, la piattaforma di personal networking mobile Path, una sorta di antidoto sociale a Facebook, che limita il numero di contatti possibili solo a 50 individui, ossia quella parte dei nostri 150 amici che, sempre secondo gli studi di Dunbar, corrisponde a coloro di cui ti puoi anche fidare.

Proprio per questo, Path si propone come una rete estremamente personale e come il primo vero social mobile network, studiato appositamente per chi possiede uno smartphone dotato di fotocamera e Gps: l’idea di Fanning e Morin, infatti, è quella di scommettere semplicemente sulla condivisione tra amici di scatti fotografici e posizioni geografiche, con una gestione della privacy un po’ più affidabile e l’adozione di una politica “trust one another” e “no following, no friending”.

Cosa dobbiamo aspettarci, tuttavia, da una piattaforma che si propone come “the place where you can be yourself”?

“Because your personal network is limited to your 50 closest friends and family, you can always trust that you can post any moment, no matter how personal. Path is a place where you can be yourself.”

Path si focalizza sulla vita reale dei propri utenti: esegue la mappatura e la condivisione di eventi e momenti della loro vita quotidiana, ossia dati sensibilmente più delicati rispetto alla scelta astratta o arbitraria di un pensiero o di un’immagine su Facebook, e li fissa in maniera stabile all’interno di una Google Map. Per quanto limitata, più la rete di amici si estenderà, più persone parteciperanno ai luoghi e alle immagini della tua storia personale e indirettamente anche a quella delle persone che hai fotografato. Che Path si rivolga alla nostra sfera reale e personale per amplificarla nella rete sociale virtuale lo dimostra anche la richiesta opzionale al momento dell’iscrizione di inserire il proprio numero di telefono per farsi localizzare e trovare dagli amici. Rimane quindi un dubbio di fondo alla base: ammesso che io scelgo con cura i miei 50 contatti personali di cui mi fido, posso ugualmente fidarmi automaticamente anche di Path?

Il photo-sharing geolocalizzato garantisce un buon punto di partenza, ma come tutti i social network Path, in breve tempo, potrebbe espandere le proprie funzionalità verso nuove modalità di comunicazione come un’aggiornamento testuale dello status, il commento alle foto, una revisione del principio del “no following, no friending”, la condivisione della propria localizzazione su Foursquare o Google Latitude, tutti requisiti a cui il social networking ci ha ormai abituato e quindi fortemente volute se Path raggiungerà – come presumibile, data la lista di prestigiosi finanziatori del progetto – il successo, ma con il rischio che alla fine la nostra storia personale finisca col fuoriuscire dai confini strettamente privati garantiti dal network. Non ultimo il fatto che la Privacy Policy del servizio prevede che le informazioni personali possano essere usate per la pubblicazione di annunci e questa non è una novità, se non fosse che qui i dati dell’utente rilasciati anche a terze parti risultano più personali e privati rispetto, per esempio, a quelli di Facebook.

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