ArticoliRivisti June, 17th 2008 by oogo

Se il libero pensiero viene confinato alla clandestinità: il caso di Carlo Ruta

Non era bastato chiudere la bocca a Carlo Ruta, noto storico e documentarista della Rete, oscurandone il sito web Accaddeinsicilia.net nel dicembre del 2004. Non è bastata nemmeno la prima condanna pecuniaria a 1200 euro di multa inflitta dal Tribunale di Messina, se addirittura lo stesso procuratore della Repubblica di Ragusa, Agostino Fera, si è esposto subito di persona in una accanita battaglia giudiziaria contro Ruta e i “fatti gravissimi” di cui si sarebbe macchiato, vale a dire la pubblicazione online di un vasto archivio di documenti oggettivi – oggi presenti nel nuovo sito di Rutawww.leinchieste.com – frutto di indagini minuziose dello storico sui rapporti tra mafia, banche e giustizia.
Fatti e documenti che vedono coinvolto, guarda caso, lo stesso Fera, il quale è arrivato a chiedere e ottenere nei confronti di Ruta addirittura una condanna di primo grado senza precedenti: 8 mesi di carcere per aver pubblicato la testimonianza di un ex-funzionario dell’Amministrazione Provinciale in merito a una storia di tangenti in cui il Procuratore veniva chiamato direttamente in causa.
E dopo quattro anni di accanimento giudiziario che vedono coinvolti ben tre Palazzi di Giustizia siciliani (Messina, Palermo e Ragusa), sei processi e la richiesta di risarcimenti per decine di migliaia di euro, la nuova beffa giudiziaria è che, sempre a seguito delle denunce del Procuratore Fera, Carlo Ruta viene oggi condannato dal giudice di Modica, Patricia Di Marco, addirittura per “stampa clandestina”. Sentenza a dir poco paradossale per il mondo del web, che rasenta l’incostituzionalità, se consideriamo che Acceddeinsicilia.net, oggi Inchieste.com, è sostanzialmente un semplice sito di documentazione storica che ha sempre svolto regolari inchieste giornalistiche, raccogliendo interviste e testimonianze dirette su cronache e fatti della terra siciliana.
Niente da stupirsi, quindi, soprattutto se il Procuratore della Repubblica che chiama in giudizio è direttamente chiamato in causa dai fatti raccolti dall’imputato.
Indipendentemente dalla sentenza, infatti, la realtà di fondo è che il pentolone di acque torbide scoperchiato dalle inchieste di Ruta hanno aperto di fatto un’osservatorio sulla condotta dubbia della Procura ragusana a partire dall’omissione di documenti e l’insabbiamento di fatti relativi all’omicidio di Giovanni Spampinato, giornalista de “L’ora” di Palermo, ucciso a Ragusa il 27 ottobre 1972, e a quello precedente dell’ingegnere dell’Msi Angelo Tumino, che vedono coinvolto direttamente il figlio dell’allora Presidente del Tribunale Saverio Campria, fino ad arrivare alla copertura delle transazioni illecite e dei falsi in bilancio di un istituto di credito che a dispetto del suo anonimato risulta essere la ventesima banca italiana per capitalizzazione: la Banca Agricola Popolare di Ragusa, cresciuta in breve tempo da 30-40 fino a oltre un centinaio di sportelli, banca che controlla i processi finanziari del sud-est siciliano, una delle aree più ricche della regione e che reca forti agganci con la magistratura ragusana.
Una sentenza censoria quella della magistratura di Modica, che non trova precedenti se non in nazioni a regime dittatoriale o in Cina e che nel silenzio dei media generalisti e della politica e con l’imprimatur della Giustizia va comunque ad aggiungere un altro mattone a quel processo graduale di erosione della libertà di opinione e informazione che, da più di quindici anni, in Italia cerca di ridurre al silenzio ed escludere dal dibattito mediatico le menti più libere e critiche del Paese, relegate sempre più facilmente nell’alveo di una sommaria, presunta faziosità ideologica. Una sentenza che trova terreno fertile nel giustizialismo populista di un paese che confonde la libertà con gli interventi militari a Napoli, con i “vaffa” di Grillo e, proprio in questi giorni, con la proposta di condanna al carcere per quei giornalisti che rivelano o pubblicano le intercettazioni telefoniche.
Niente da stupirsi, quindi, se lo stesso recupero giudiziale di un reato di “stampa clandestina”, sancito da una vecchia legge del ‘48 e assai anacronistico nell’era della libera circolazione delle informazioni in Rete, oggi acquista invece un senso nell’orientamento più generale di confinare il libero pensiero negli ambiti della clandestinità. Un percorso che la storia del nostro Paese già conosce bene e che, già dovremmo sapere, solo nell’adesione a un pensiero più liberale e illuminato dovrebbe trovare le sue ragioni di riscatto, piuttosto che, al contrario, nella sua censura.

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