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Articoli June, 18th 2006 by oogo

Quale futuro per i giornalisti?

Io non sono giornalista, ma mi permetto di inserirmi in questo splendido blog, in risposta al post di Francesca “Una opportunità chiamata Ifg”, dal momento che anche le mie radici professionali affondano nella grafica, quella della cultura del design tipografico e della progettazione, dello studio del lettering e dei colori, dei sistemi di identità visiva e dei processi editoriali, un percorso che mi ha condotto allo studio più ampio delle attuali nuove forme e tecnologie della comunicazione e della loro interpretazione linguistica.
E’ innegabile che chi come me e Francesca ha fatto della propria professione cultura e pratica sperimentale non può che rimanere annichilito difronte ai cocci di una comunicazione visiva ormai ridotta all’analfabetizzazione. Non c’è da stupirsi se oggi perfino un direttore di giornale, seppur nella sua comprensibile inesperienza, può pretendere di voler governare anche la direzione creativa di un progetto editoriale, perchè non esistono più particolari scelte visive che abbiano anche un senso economico: tutto si è appiattito nella comune ignoranza visiva col consenso scarsamente estetico di un vasto pubblico di lettori che talvolta poco comprende il senso di una scelta fotografica, cromatica o di lettering o la raffinatezza di una composizione. In questa situazione è necessario chiedersi: quali benefici può apportare un art director di grande esperienza e creatività alla vendita di una rivista? E, di conseguenza, che ruolo assume la formazione in tal senso? Anch’io provengo da un blasonato Istituto di Grafica di Urbino, fondato da Albe Steiner, che annoverava tra i docenti negli anni passati professionisti che hanno fatto la storia della grafica come Alfred Hohennegger e Michele Provinciali: anche questo, oggi, non è che un riflesso sbiadito di ciò che fu in passato, così come lo sono altri celebri istituti di design. Nessun mistero quindi se oggi anche la scuola di giornalismo grafico dell’Ifg cala, purtroppo, il sipario.
Molte sono le motivazioni che potremmo addurre, puntando il dito sul disinteresse generale della categoria, sul fatto che il giornalismo dell’ultimo decennio ha sposato e alimentato un sistema di egemonia mediatica che ha livellato e spento qualsiasi interesse per un dibattito culturale che vada oltre i bisticci televisivi, il commento scandalistico o la cronaca spicciola che assurge a notizia di rilevanza nazionale, mettendo le basi per lo sviluppo di una sottocultura generalista che non può che appiattire anche qualsiasi senso di critica estetica e visiva nel pubblico.
Tuttavia, in senso più costruttivo, lungi dall’ancorarsi a queste ragioni ed alibi che alimentano le nostalgie e la voglia di recupero di una mitologica deontologia professionale, la verità è che dobbiamo fare i conti difronte a una trasformazione epocale che comincia a incrinare alcuni capisaldi della nostra formazione editoriale e professionale e di conseguenza anche il modo di fare giornalismo e formazione alla professione, cercando di non chiudere gli occhi di fronte a scelte coraggiose.
Una prima provocazione potrebbe partire dalla domanda: “Perchè pagare se posso avere le informazioni gratis?”. I media tradizionali non costituiscono più la fonte primaria di informazione. La massa di informazioni che possono essere consultate su Internet è infinita: portali generalisti, edizioni online dei quotidiani nazionali, portali di ricerca (Yahoo, Google), TG online finiscono col permettere a chiunque abbia l’accesso a Internet di avere accesso all’informazione in maniera assolutamente gratuita in tempo reale e secondo criteri che corrispondono più alle esigenze specifiche del singolo che non a quelle di una massa o di un target di utenza. Perchè abbonarsi o acquistare una rivista allora, quando questa soddisfa solo in maniera parziale e non esaustiva il proprio lettore ormai abituato a navigare secondo i propri gusti tra miriadi di informazioni sempre aggiornate in tempo reale? Più si va avanti e più la chiusura di un giornale determinerà anche la sua tomba: nel momento in cui esce in edicola esso sarà già comunque vecchio. Ed è proprio quest’ultimo fattore ciò che definisce la rotta del cambiamento, non tanto l’accesso gratuito all’informazione che rappresenta solo una fase transitoria nelle preferenze accordate a Internet dal grande pubblico. Al contrario il mercato dei contenuti a pagamento online è in costante e inesorabile aumento, supportato da una penetrazione sempre maggiore di computer e accessi internet a banda larga anche a livello residenziale. Recenti sondaggi (European Journalism Observatory, 2004) hanno dimostrato, infatti, che l’utenza sarebbe ben disposta a pagare per avere accesso ai contenuti online, purchè questi offrano loro informazioni e servizi ad alto valore aggiunto che non riuscirebbero a raggiungere diversamente. Ne è la dimostrazione il successo che hanno le recenti offerte di entertainment on demand dei fornitori di servizi di telefonia mobile o il successo del sistema di distribuzione della musica online operato da Apple che in pochi anni e grazie a una formula innovativa è diventato il negozio di musica più grande del mondo (491 milioni di dollari di fatturato, 85% in più rispetto al trimestre precedente), in grado di far fronte senza problemi anche alle insidie del famigerato spettro della pirateria musicale. In ambedue i casi l’operazione è stata centrata sull’utente, sui suoi requisiti specifici, nella misura in cui è l’utente che sceglie l’informazione che più gli piace e non deve sobbarcarsi obbligatoriamente dell’acquisto del prodotto fisico. E’ qui che si capovolge il modello di mercato dell’informazione così come lo abbiamo sempre concepito: in questo nuovo modello che sta avanzando in cui il bene materiale (la stampa) cede il passo al bene culturale (l’informazione), il concetto di distribuzione si trasforma in comunicazione e il consumo dei beni diventa semplicemente utilizzo dei beni, è l’utente che diventa l’attore principale del proprio palinsesto informativo, il responsabile del proprio percorso cognitivo, il regista e l’organizzatore dei contenuti di cui fruisce.
Da qui dobbiamo partire per cominciare a ripensare a un nuovo giornalismo e a come formare i giornalisti del futuro, secondo una logica in cui i pigmenti di un articolo fissato sulla carta finiscono col cedere inderogabilmente il posto alla volatilità dei bit in rete, soggetti a una costante riorganizzazione e trasformazione operata dai soggetti che interagiscono nella rete. In quest’ottica è necessario che il giornalista diventi l’attore di una costante rielaborazione e selezione delle risorse culturali, il garante della validità e rilevanza delle informazioni, così come l’editore dovrà essere l’artefice di nuove forme di distribuzione e gestione della conoscenza. In parole povere, non si tratta più di fornire informazione, ma di offrire strumenti agli utenti affinchè se la possano costruire da soli.
In questo senso, quale possibile futuro per la professione di grafico giornalista? Forse il ruolo più determinante in questa delicata fase di transizione: quella di diventare l’artefice di nuove pratiche comunicative e nuovi linguaggi che rendano il giornalismo del domani uno spazio di elaborazione del sapere e non una mera trasmissione tecnologica delle informazioni.

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