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ArticoliRivisti October, 24th 2009 by oogo

Pinocchio al Governo

Nemmeno le allarmanti notizie che quotidianamente provengono dal mercato finanziario e da un’economia sull’orlo della recessione riescono a stornare l’attenzione mediatica e del Paese sull’esplosione esponenziale di proteste contro il decreto Gelmini che sta invadendo le piazze e gli atenei d’Italia, ma il legame tra i due eventi sussiste e in qualche modo la protesta finisce con l’essere la risposta.

Non è sufficiente relegare le cause di una grande protesta popolare, talmente corale e compatta come non si vedeva più da tempo, alle presunte sobillazioni di una sinistra, che in questo momento vive ancora una fase transitoria della sua storia e non gode sicuramente della forza politica necessaria per smuovere un’alzata di scudi di queste dimensioni. Le immagini delle manifestazioni degli studenti in piazza hanno un sapore diverso da quelle che eravamo abituati a vedere: nessuna bandiera di partito, nessun dirigente sindacale a declamare dal palco e neanche un Grillo a strepitare i suoi “vaffa”. Insomma, nessun movimento o organizzazione politica a monte se non quella del consenso che si è viralmente e spontaneamente sviluppato a partire dalle associazioni di studenti, degli insegnanti e dei genitori. E’ l’Italia in piazza! Non la sinistra o la destra! Un’Italia che risorge da un terreno sociale depauperato, schiacciato per l’ennesima volta nei suoi diritti da un Governo che impone solo i suoi provvedimenti e temi politici, come quelli in materia di sicurezza che tutti i sondaggi mettono al quarto posto, quando i problemi più urgenti sono la disoccupazione, la precarietà, la crisi economica e, appunto, l’istruzione. Un’Italia schiacciata anche dal silenzio assenso di un’opposizione che, al contrario, adesso vuole sfruttare l’ondata della protesta, ma non possiamo dimenticare che la controriforma scolastica – visto che di riforma non possiamo parlare – è partita proprio dalla reintroduzione degli esami di riparazione a settembre voluta dal ministro Fioroni e che i tagli Tremonti-Gelmini-Brunetta vanno a sommarsi comunque a quelli di Prodi-Padoa Schioppa-Fioroni del Governo precedente.

Sul decreto Gelmini si è detto di tutto, di più, ma rimane il fatto che i provvedimenti non si scostano sostanzialmente dalle strategie di controriforma politica applicate finora dal governo Berlusconi. La vera novità è che per la prima volta il Governo, sotto l’egida dell’efficienza berlusconiana e in assenza di opposizione, ha sottratto la manovra non sia al dibattito in Parlamento, sia alla concertazione con le parti sociali e con questo pensava di essersela cavata, facendo passare frettolosamente per riforma scolastica quella che ormai sappiamo tutti essere, in realtà, solo una drastica operazione di tagli a danno dell’istruzione pubblica promossa da un occulto burattinaio, vale a dire il ministro Tremonti.
E se Tremonti è Mangiafuoco, Maristella Gelmini finisce con l’essere Pinocchio e per salvarsi la pelle ora si arrampica sugli specchi per farci credere che la sua è un’azione riformatrice, ma si perde sugli aspetti formali e disciplinari, come il grembiule, i voti, la condotta. Unico punto di riferimento per la Gelmini è la sua maestrina delle elementari: non si appella al consulto di pedagogisti autorevoli, come Andrea Canevaro e Dario Ianes – dimissionari per protesta dall’Osservatorio per l’integrazione scolastica del Ministero della Pubblica Istruzione – ma preferisce citare Ratzinger al posto di Piaget, forse perchè quest’ultimo non sa nemmeno chi è.
Gelmini non ha idee, nè tantomeno una visione progettuale che si radichi nella tradizione della riforma scolastica e si proietti nel futuro verso un nuovo modello di scuola. E’ solo un burattino nelle mani di Tremonti che la istiga a riformare per risparmiare, non per migliorare, come cita tra l’altro lo stesso decreto, e nel giro di soli sei minuti, infilando all’ultimo con la complicità di Tremonti la reintroduzione del maestro unico, riporta la scuola primaria indietro di almeno 40 anni. Peccato che oggi la realtà sia ben più complessa di allora, tanto che oggi nemmeno la cara vecchia maestrina della Gelmini saprebbe spaziare su tutti gli ambiti disciplinari che vengono oggi insegnati in una classe di 25-30 alunni!
La questione è meramente economica. Inutile, quindi, ingannare adesso la piazza appellandosi a presunte campagne terroristiche “per seminare false informazioni tra le famiglie, creando un clima di allarmismo ingiustificato” o rivendicare un dibattito ‘’sui fatti e sui contenuti del provvedimento e non su falsificazioni della realta”, soprattutto dopo che il decreto risulta già approvato. Quello che è venuta a mancare e che viene ricusata nelle piazze è l’azione insubordinata di un Governo che per l’ennesima volta ha abusato delle leve di controllo del potere, che si è garantito, per non sottoporre la propria azione politica al dibattito e al contradditorio, non permettendo nemmeno ai rappresentanti dei cittadini in Parlamento di poterne discutere! Per questo, la protesta anti-Gelmini non è nè di sinistra, nè di destra, ma nasce semplicemente dalla società civile, perchè è stato messo in discussione una valore condiviso da tutti che è quello del diritto alla democrazia.

Ma il secondo aspetto di novità che mi sembra di avvertire nelle proteste di questi giorni è che si voglia sancire un diritto di cui gli studenti, gli insegnanti e i genitori intendono riappropriarsi per proteggere il bene comune dalle grinfie di un modello di gestione del capitale che sta evidenziando proprio di questi tempi i propri limiti nel non saper più tutelare e controllare un’equa distribuzione dei beni. Vale a dire che il modello del capitalismo finanziario neoliberista vicino al tracollo rischia di trascinare nella fossa – attraverso una spirale di tagli che vanno a rifinanziare i buchi che ha generato – anche tutte le risorse pubbliche che invece potevano essere oggi i motori di una rinascita economica in termini di strategie industriali attraverso la ricerca e il sostegno delle piccole e medie imprese e di crescita civile e sociale attraverso la scuola. Non a caso, infatti, scivolano in Borsa i titoli delle società tradizionali e non, al contrario, quelle che hanno investito per esempio nell’innovazione e nella ricerca di nuove tecnologie anche in termini di soluzioni ecosostenibili, cioè a vantaggio di tutti. Non siamo forse difronte a un cambiamento di modelli economici dove il concetto di proprietà si sposa con quello di bene comune e dove l’interesse dell’uno si sposa con l’interesse di molti?
Ma questo è un modello che richiede confronti e concertazioni costruttive, mentre al pragmatismo liberista del Governo Berlusconi fa più comodo avversare istintivamente tutto ciò che risulti solidale e critico, a costo piuttosto di inviare eserciti e forze dell’ordine. La politica economica di Tremonti non ha nessun interesse a formare menti libere e critiche, nè a supportare dinamiche di coesione sociale, quanto piuttosto a dividere, perchè il pragmatismo politico, di cui il Governo Berlusconi si fa vanto, non ha disegni politici proiettati verso il futuro e radici nel passato: vive di scelte contingenti e piega lo stato di diritto agli interessi del momento, se non a quelli individuali. Ecco perchè ritiene inutile dibattere e confrontarsi con la cittadinanza. Meglio un decreto legge, funziona subito, che sia un’emergenza come i rifiuti di Napoli, che sia la scuola, cosa importa?
Ecco perchè è importante che questo movimento di protesta graviti proprio attorno alla scuola, perchè proprio attorno all’istruzione pubblica, invece, possono muoversi i cardini di una nuova crescita sociale per il nostro Paese e tradursi in una reale azione riformatrice in senso sociale e politico, perchè a seguire Lucignolo finiremo col trasformare l’Italia nel Paese dei balocchi ed è questo che il Governo dopotutto vuole: che diventiamo tutti asini da ammaestrare e calpestare quando non gli serviamo più.

A questi giovani studenti che da anni non vedevamo così attivi nelle piazze, da docente completamente solidale con loro, mi piacerebbe dare un ultimo consiglio in vista di consolidare la loro azione politica nel tempo: fare opposizione non significa essere contro il potere, ma vuol dire non desiderarlo. Questo significa scostare lo sguardo dal vertice per rivolgerlo alla base. Concretamente significa lasciar perdere i ministeri e orientarsi ai laboratori, perdere di vista il vertice ed espandere la propria azione concretamente sul territorio: non è importante l’obiettivo, ma il percorso. Il che implica anche un cambiamento del modello. Fondare la propria azione politica, a priori, sull’astrazione universale di vicende specifiche e contingenti porta all’inerzia del sistema. Sia da parte di chi piega le norme complessive di una comunità in funzione di interessi particolari, sia da parte di chi riconduce tutte le vicende di una comunità a un modello di interpretazione universale. E’ necessario, invece al contrario, agire dal basso nella costruzione di consenso attraverso processi locali, reticolari e concreti sul territorio per il semplice motivo che i membri di una comunità sono sempre coinvolti localmente e direttamente lì in processi di trasformazione. Lì occorre inserirsi e radicarsi per essere “divenire rivoluzionario”, energia che genera consenso virale non attraverso grandi cambiamenti, ma piccole trasformazioni graduali, condivise e reticolari, con l’impegno di ereditare e partecipare alla costruzione di azione locale che diventi naturalmente prassi sociale. E’ azione che si può generare e deve generarsi attraverso la Rete e gli strumenti che offre, come forza propulsiva dal basso in reazione al sistema verticistico dall’alto. Siamo difronte a un cambiamento cognitivo che va a formare le nuove generazioni e crea sempre di più un divario con le vecchie che oggi gestiscono il potere secondo modelli verticistici e che risultano assolutamente inadeguate a capire la forza propulsiva di un pensiero e un’azione trasversale e reticolare. Lo dimostra l’incapacità dell’Occidente a fronteggiare chi questi sistemi li ha adottati nell’organizzazione di consenso a livello internazionale.
E’ necessario, quindi, fin d’ora lavorare di più anche nell’educare dal basso alla solidarietà e al pensiero critico le nuove generazioni che dall’anno prossimo cominceranno a frequentare la scuola lobotomizzata che il Governo ha preparato per loro.

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