ArticoliRivisti May, 14th 2008 by oogo

La verità che non esiste

In questo clima di compiacente buonismo bipartisan da parte di maggioranza al governo e opposizione, mi sarei aspettato, viste le nuove intenzioni di fondo, che il presidente Schifani, difronte alle osservazioni di Marco Travaglio opponesse non una denuncia, quanto invece un semplice contradditorio, un diritto di replica in merito ai fatti sui quali è stata chiamata in causa la sua credibilità e sui quali nessuno vuole pronunciare un giudizio, ma semplicemente capire. E di canali a disposizione per fare questo ne aveva molti di più di Travaglio. Ma evidentemente, dal momento che il lupo continua a cambiare il pelo, ma mai il vizio, il senatore decide di optare per l’offensiva giudiziale piuttosto che per quel dialogo e quella trasparenza tanto celebrati adesso dal tutta l’enclave politica di ambedue gli schieramenti.

Sono proprio di ieri le parole di un irriconoscibile Berlusconi, in versione 4.0 statista-moderato, che alla Camera indica una nuova stagione in cui l’opposizione “può esser d’aiuto per fissare i termini della discussione e anche del dissenso” sostenendo che “un confronto di idee anche rigoroso non deve generare nuove risse ma una consultazione alla luce del sole, trasparente, che guardi esclusivamente all’interesse del paese”. L’avremmo desiderato anche per Travaglio e nel rispetto di tutti noi un trattamento simile, se non altro in virtù dei principi costituzionali in cui, al di là dei buonismi, vogliamo riconoscerci veramente e in particolare in riferimento all’articolo 21. E invece al TG1, la risposta di Schifani ci lascia a bocca asciutta con un discorso ad ampio spettro che va nuovamente a riveicolare l’attenzione sulla nuova ventata di positività pianificata al Palazzo:

“La verità è che qualcuno probabilmente vuol minare il clima di dialogo e di confronto costruttivo che ha caratterizzato questo inizio di legislatura”. E aggiunge: “Nessuno fermerà la mia azione per fare in modo che sui temi della legalità, delle riforme e delle proposte condivise si possano abbattere gli steccati e lavorare insieme. Ce lo chiede il paese, ce lo chiede il capo dello Stato”. Per garantire un clima costruttivo, spiega, bisogna “ripartire da un fatto storico, la reciproca legittimazione delle coalizioni che è avvenuta con l’incontro tra Berlusconi e Veltroni sulla legge elettorale. E poi lavorare, così come lavorerò io sulla maggioranza e sul governo, per fare in modo che in aula le proposte dell’opposizione, quelle compatibili con l’impianto dei loro testi, possano essere condivise ed eventualmente approvate”.

E così tutto viene rimandato alle aule giudiziarie, lontano da quell’arena mediatica all’interno della quale si mette realmente a rischio il consenso degli elettori, e Schifani lo sa bene. Talmente lontano che ne puoi uscire anche senza che la gente si ricordi che ci sei stato dentro, se non ci fossero giornalisti come Travaglio, Stella, Rizzo, Abbate, Gomez e pochi altri che ogni tanto ce lo ricordano coi loro libri. Il dato scritto, fissato indelebilmente sulla carta rimane. L’informazione televisiva, invece, vive dell’istante e muore di lì a poco dimenticata. La memoria dell’italiano medio, in simbiosi con la macchina televisiva, pure. Un gioco, quest’ultimo, che ben si presta al controllo del consenso popolare da parte dei poteri politici, proprio adesso che, dismesse improvvisamente le vesti della bagarre politica, deve indossare di contro quelle di un paese che “guarda al domani con ottimismo” e al dialogo in difesa degli interessi della nazione.
Il paradosso di questo teatro mediatico è la presunzione di veridicità, ma è un paradosso in cui l’italiano medio cade spesso e volentieri, senza riflettere se la stessa classe politica che in soli quindici anni ha portato il Paese alla deriva, tessendo una trama estesa di conflitti di interessi personali a scapito dei diritti dei cittadini e di una crisi generalizzata di valori, relegando la cultura al suo fantasma televisivo, sia di punto in bianco in grado di parlare concretamente di rinascita solo in virtù di un presunto dialogo in odore di inciucio.
A questo, quindi, servono i giornalisti come Travaglio: a risvegliare la nostra memoria e la nostra coscienza anche andando controcorrente se è vero, come dice Orwell, che  “se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire” (G. Orwell, La fattoria degli animali) e con il rischio di essere pure denunciati solo per aver espresso la tua opinione. Dice Sabelli Fioretti:

“Se Marco Travaglio fosse nato negli Stati Uniti, e avesse fatto il giornalista da quelle parti, avrebbe vinto il premio Pulitzer e avrebbe conquistato le copertine di Time e di Newsweek. Invece purtroppo per lui (ma per nostra fortuna) vive in Italia e lotta insieme a noi. Marco è il giornalista più odiato e più amato d’Italia. E’ un fenomeno editoriale che ha conquistato il successo nell’ostracismo generale, senza che praticamente nessuno recensisse i suoi libri.”

Tuttavia, c’è anche un rovescio della medaglia in relazione alle argomentazioni di Travaglio, perchè se dal Palazzo la ricerca di verità ci viene offuscata da una presunta veridicità mediatica, dall’altro il rischio è che questa finisca con l’indossare invece le vesti della verità assoluta in virtù di dati oggettivi. Travaglio, infatti, pone sempre i fatti a difesa dei propri resoconti, tanto che proprio in relazione alla denuncia di Schifani afferma:

“Se mi dimostrano che ho raccontato delle palle, allora chiederò scusa. Ma mi chiedo se prima di me abbiano detto palle Gomez e Abbate che già un anno fa avevano detto che Schifani aveva vicinanza quantomeno sospetta con la mafia […] Facciano tutti quello che vogliono, tanto ora lo so che denunceranno la Rai per la mia partecipazione a Che tempo che fa e che così non potrò più andare ad Anno Zero. Ma io sono un giornalista e quello che mi tocca fare è raccontare la verità” (Corriere della Sera, 13/05/2008)

Ma quale verità? Il compito del giornalista non è quello diraccontare la verità, perchè non esiste una verità assoluta neanche in presenza di fatti oggettivi. Compito del giornalista è, casomai, quello di ricercare la verità. I singoli fatti in sè, per il fatto di essere reali, non costituiscono la verità. La verità nasce piuttosto dalla lettura che il giornalista fa di quei fatti, dal modo in cui li mette in relazione e anche in questo caso essa non si costituisce come una verità oggettiva, trappola in cui cade spesso la dialettica di Travaglio, ma solo uno dei percorsi possibili. E, per quanto anche i giudici abbiano il compito di emettere una sentenza in virtù di un probabile resoconto dei fatti, nemmeno in quel caso si tratta di una verità oggettiva, ma di un’interpretazione e ne abbiamo avuto un esempio lampante proprio nel discutibile caso della vicenda Allievi-Smith, qui trattata approfonditamente.
La verità rimarrà quindi sempre e solo frutto della nostra indagine, la “nostra verità”, pur rimanendo sempre fermi e inamovibili il sacrosanto diritto e la piena libertà di raccontarla, senza minacce o censure imposte dall’alto. Diversamente il rischio è quello di ingabbiare la visione della realtà all’interno della propria dialettica, in presunzione di credibilità, atteggiamento  che apre spazi a ironie e provocazioni gratuite o a mostri ideologici pericolosi che odorano di giustizialismo e populismo – vedi ad esempio Grillo – e rischiano di allontanare il resoconto di Travaglio da quell’aura di autorevolezza e credibilità che ben si associa dal punto di vista formale all’aplomb sapiente con cui svolge le sue argomentazioni.

Detto questo, rimane difficile essere Travaglio quando devi dire cose che disturbano, e devono disturbare quest’aria romantica di tolleranza bipartisan che ci hanno confezionato dal Palazzo, ma per citare ancora una volta Orwell, che aveva visto lontano, “la libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è improbabile che esisterebbe la nostra cultura specificatamente occidentale. È una tradizione alla quale molti dei nostri intellettuali stanno visibilmente voltando le spalle” (G. Orwell, La fattoria degli animali).
Se dobbiamo ancora qualcosa alla chiarezza e alla ricerca della verità dei fatti, in questo Paese dove la libertà di stampa è scesa al 40° posto dopo Cile e Corea del Sud, questo lo dobbiamo comunque solo a Travaglio e a quei giornalisti che hanno deciso di non voltare le spalle alla loro coscienza critica.

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