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Articoli May, 23rd 2012 by oogo

La rete è veramente libera?

Più di 120 blogger nel mondo in questo momento sono stati arrestati perché considerati cyberdissident. In particolare Hossein Derakshan, conosciuto come il padre della blogosfera iraniana è stato condannato a 19 anni di prigionia, e Ran Yunfei, famoso blogger cinese, è stato arrestato l’anno scorso per aver scritto sul proprio sito web delle proteste in Medio Oriente e aver invitato i cinesi ad metter in atto una propria rivoluzione dei gelsomini. In Iran le conseguenza per i dissidenti in rete si sono rivelate invece assai più tragiche: i blogger Vahid Ashgari, Mehdi Alizadeh Fakhrabad, Saeed Malekpour e Ahmad Reza Hashempour nel gennaio di quest’anno sono stati condannati a morte dalle autorità giudiziarie iraniane. È la prima volta che vengono condannati a morte dei blogger dissidenti.
Per molte persone nel mondo Internet è ancora sinonimo di libertà d’opinione e democrazia. In realtà, gli attacchi alla libertà della rete sono sempre in agguato e da parte dei governanti di tutto il mondo. Perfino gli Stati Uniti a gennaio di quest’anno hanno cercato di deliberare una nuova legge (Stop Online Piracy Act) che, dietro l’alibi della lotta alla pirateria, rischiava di mettere seriamente in pericolo la libertà d’espressione online conferendo un potere smisurato al governo federale per il controllo della Rete.
Non di meno pure l’Italia ha tentato recentemente di porre un nuovo bavaglio alla rete con una proposta d’emendamento al D.L. 70/2003, sostenuta dal parlamentare Gianni Fava. Similmente alla proposta americana, questa avrebbe obbligato extragiudizialmente gli internet provider a rimuovere contenuti online, anche solo in base alla richiesta dei “titolari dei diritti violati dall’attività o dall’informazione”, oltre a operare un monitoraggio preventivo di attività o contenuti potenzialmente illeciti. Quello dei governi italiano e americano è un capovolgimento paradossale del principio di presunzione d’innocenza: tutti i cittadini che partecipano alle attività in rete sarebbero in questo modo da considerarsi colpevoli fino a prova contraria.
Tuttavia, al momento, i bavagli legislativi alla Rete sono stati scongiurati, grazie alla massiccia mobilitazione che è insorta proprio a partire dal tam tam della rete che ha portato alla fine i senatori americani e una larga maggioranza degli schieramenti politici italiani a bocciare entrambi i provvedimenti da una parte e dall’altra del globo. Se questo è possibile, però, è in virtù di un principio di democrazia in cui l’opinione dei cittadini sovraintende alle scelte delle loro classi dirigenti e che rimane alla fine l’unica condizione essenziale per tutelare la libertà di espressione. Ma non è così per tutti i cittadini del mondo.
Buona parte dei media occidentali ha esaltato il ruolo dei social media e di Internet come il motore di un nuovo processo di democratizzazione in quei paesi che, come ha scritto il New York Times, “hanno sparato tweets contro le pallottole” durante la Primavera Araba, ma siamo ben lungi dal cantar vittoria. Se la libertà della rete è un bene fragile da preservare per i paesi a regime democratico, lo diventa ancor più per quei paesi che sottostanno a regimi autoritari. Internet, infatti, è sicuramente utilizzato dai dissidenti, ma è regolato anche alle leggi delle autorità governative che lo utilizzano per supportare la propaganda di regime e lo stato di polizia, per monitorare i dissidenti e infiltrarsi nelle loro reti, oggi ancor di più dopo il fenomeno della primavera araba. Non a caso, infatti, è proprio notizia di questi ultimi giorni l’introduzione della censura selettiva nella policy di Twitter, disposizione che Twitter è pronto a operare se i Governi la richiedessero per il loro paese.
Sono all’incirca 60 i paesi che applicano forte restrizioni e censure all’uso della rete, 10 dei quali Reporters Sans Frontiers ha classificato come i nemici di Internet. Tra questi l’Arabia Saudita, l’Iran e la Cina praticano un filtraggio rigoroso che mira a censurare soprattutto i social network e i blog. La Cina in particolare sta rinforzando la grande muraglia elettronica, come viene chiamato il sistema di controllo in rete cinese, e prendendo misure sempre più restrittive per arginare l’anonimato sia sulla rete fissa che su quella mobile. I funzionari del partito comunista cinese, da quest’anno sono dotati del RedPad, un tablet Android dotato di una serie di funzioni e accessi speciali che permettono di tracciare e censurare post, commenti, e sottoscrizioni sul web. Uzbekistan, Siria e Vietnam hanno incrementato la censura in Rete per soffocare gli echi delle rivoluzioni che agitano il mondo arabo.

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