ArticoliRivisti August, 16th 2008 by oogo

La precarietà politica e lo spettro delle ideologie

A volte ritornano. Vecchi fantasmi ideologici fanno occasionalmente capolino all’interno del dibattito politico italiano evocati come spettri temibili. È curioso che sia bastato un fatto – “la sciocca e inutile trovata di rilevare le impronte digitali ai bambini rom” (Famiglia Cristiana) – e un affondo di Beppe dal Colle su Famiglia Cristiana per riportare subito a galla la minaccia di un ritorno al fascismo e aprire un nuovo inutile contradditorio capace solo di accendere nuove speranze di rivalsa negli animi dei girotondini.
Ma è curioso ancor più, in generale, che in questa buia fase storica contraddistinta da politiche senza ideologie, in assenza di un dibattito politico che si sviluppi attorno a ideali e visioni unitarie dal punto di vista storico e culturale, in un periodo in cui la classe politica si costituisce attorno a scelte programmatiche occasionali e in gruppi di potere precari, possano essere ancora le sane vecchie ideologie a fare da ago della bilancia del confronto politico. Magari fosse così! Saluterei beneaugurante il ritorno di un nuovo fascismo o di un nuovo comunismo, se questo significasse comunque il ritorno di un pensiero politico, di un disegno ideale unitario in cui scelte programmatiche e formazioni politiche possono ritrovare una più stabile identità storica e culturale e il ritorno di un dibattito politico incentrato non solo sul “cosa fare”, ma prima di tutto sul “verso dove andare”. Significherebbe il ritorno di una politica che non si fa solo azione, ma che è soprattutto indirizzo di pensiero. Ma purtroppo non è così, ne’ vi sono le condizioni storiche perchè lo sia: la nostra è una classe politica precaria in cui i gruppi si compongono o scompongono, si allontanano o si avvicinano, sulla base di scelte politiche occasionali, definite giorno per giorno, dove il dissenso o il consenso viene costruito a seconda della scelta contingente e non sulla base di una visione ispiratrice di fondo. Questa politica è una politica del fare, ma manca di un reale substrato ideologico che orienti e sostenga il suo agire come è avvenuto in passato. La politica delle ideologie era politica soprattutto di pensiero che gettava uno sguardo verso il futuro, collocandolo all’interno di una visione storica e culturale che collegava la memoria e la tradizione del passato alle attese del presente. La politica è diventata oggi, invece, solo politica della prassi, del presente per il presente. Relegato il dibattito politico, ormai quasi esclusivamente, alla sfera mediatica, anche Il linguaggio della politica ha finito con l’esaurirsi nella quotidianità del presente: un messaggio rapido, evanescente, che svanisce nel momento stesso in cui viene trasmesso e quindi destinato al rapido oblìo. Nessun passato e nessun futuro per un “pensiero” politico frammentato in un confuso minestrone mediatico giornaliero di dichiarazioni, interviste, smentite, invettive e pentimenti, lasciti e ritorni all’ovile. Nessuna direzione, nessun futuro per una politica pragmatica incapace di radicarsi in una visione più ampia di pensiero e, quindi in sostanza, una politica priva di cultura perchè, come dice Johan Huizinga, ogni cultura:
presuppone il tendere verso una meta. Cultura vuol dire orientamento, e questo orientamento è sempre teso a un ideale, il quale è più che l’ideale di un individuo: è l’ideale di una comunità” (J. Huizinga, La crisi della civiltà, 1935)
Inutile sorprendersi, quindi, difronte al sonno della coscienza: quale ideale di comunità potrebbe produrre una politica votata al pragmatismo, dove classe politica e cittadini, privati di un’identità culturale, non potranno mai condividere i vincoli normativi definiti da una più ampia prospettiva storica e laica della vita e del mondo?
E quali prospettive può offrire il pragmatismo politico allo stato di diritto se non piegarne le norme, come di fatto sta facendo, in funzione ogni volta di esigenze funzionali e contingenti?
Quello che la politica della prassi ha generato è un esasperato moto riformista che sta producendo un sistema frammentario di regole slegate anche da una visione più ampia dello Stato e della democrazia, che dovrebbero invece essere i punti di appoggio per una corretta gestione e organizzazione della cosa pubblica.
Un controllo della macchina giuridica che rende in questo modo anche più semplice e comunente tollerata la formulazione di leggi ad personam o create in funzione dell’interesse di un gruppo di potere e non certo a beneficio della collettività, come invece vogliono farci credere.
La salvaguardia della supremazia del diritto e delle libertà del cittadino dovrebbe, al contrario, essere ricercata anch’essa in prospettiva storica, negli ideali e nei principi che hanno ispirato l’evoluzione di un popolo e la nascita dello Stato, un’identità spirituale nata dalla nostra storia e dalla nostra tradizione che troppo superficialmente viene messa alla gogna e piegata al riformismo politico contingente. “La volontà politica” scrive Emanuele Severino “si fonda sulla verità dello Stato”, ma ciò che rimane è solo una “verità” vuota, precaria, privata di sostanza, che vive del momento contingente e incapace di abbracciare il passato e il presente attorno a un’idea e visione di futuro, incapace di inserire il proprio agire in una più ampia concezione della vita e del mondo. Chiamiamola ideologia, fede o causa questa sostanza politica ha rappresentato sempre l’anima dei grandi cambiamenti storici, l’unica capace di tradurre in disegno politico e condurre a unità le aspirazioni di un popolo e l’agire della politica. Una pulsione ideale che sarebbe in grado oggi di non farci vivere nella precarietà di un’estenuante e interminabile attesa di un qualcosa di genericamente nuovo, ma di farci sperare anche in una meta precisa futura sulla base di un disegno storico, culturale e politico più solido e concreto, che non si riduca a un banale e vuoto spot elettorale, come pirtroppo avviene oggi.

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