ArticoliRivisti July, 1st 2008 by oogo

Il sonno della coscienza

Contrariamente a quanto pensano molti suoi denigratori Berlusconi non è un “buffone”, “un magnaccia”, “uno psiconano” etc. Berlusconi non fa nulla per caso. Gli attacchi alla magistratura propugnati dal premier, il ritorno delle “leggi ad personam” e il pacchetto sicurezza in materia di intercettazioni rimettono in conflitto i poteri dello Stato e sollevano un polverone che riporta in essere il dibattito mediatico, demagogico e populista, che da un decennio a questa parte caratterizza maggiormente l’organizzazione del consenso in Italia e senza distinzioni di sorta. Sia da parte di chi, come Berlusconi, vorrebbe l’invulnerabilità da controlli legali e istituzionali, sia da parte della controinformazione che, pur denunciando sempre – e, sottolineiamo, il più delle volte in maniera assolutamente condivisibile – inciuci e corruzioni di Palazzo, finisce inequivocabilmente con lo scagliare nel pentolone dell’indignazione l’ennesima denuncia contro la casta dei politici. Un bombardamento continuo di fatti, dati processuali e prove a testimonianza del malaffare di Palazzo finalizzato a far leva sul malessere politico dei cittadini. Non da ultimo la pubblicazione recente delle intercettazioni pubblicate da “L’Espresso”.

Una sorta di eterno, tedioso dejavu che dura ormai da quindici anni, al punto che verrebbe da chiedersi cosa abbia sortito di buono questo genere di dibattito politico se alla fine l’Italia non è un paese più civile e onesto di quanto non lo fosse prima di Tangentopoli, anzi addirittura peggiore.
Dovremmo forse ringraziare Grillo per il “successo pazzesco” del V-Day o per aver affermato che questi politici “non esistono più”, grazie a 300.000 firme raccolte al primo V-Day, se a distanza di poche settimane dall’evento ben tre milioni di italiani sono andati a dare la loro fiducia al “nuovo” Partito Democratico e successivamente, in aprile, hanno decretato il successo incontrastato di Berlusconi? O dobbiamo forse ringraziare di questo gli attacchi di Travaglio ad “Anno Zero”? Oppure il milione di copie vendute del libro “La Casta” di Stella e Rizzo?

E qui ritorniamo al punto di partenza: Berlusconi non fa nulla per caso. Anzi, da abile comunicatore e organizzatore di consenso qual è, sa perfettamente che gli attacchi possono finire col rafforzarti e mentre la macchina dell’indignazione, tra invettive e denunce, finisce col lavorare sempre e solo sul versante della ridicolizzazione, dall’altra parte lui gestisce una macchina del consenso molto più ampia, strategica e politica che fa leva su quello che vuole sentirsi dire la maggioranza dei cittadini. Un controllo meticoloso operato sui propri sondaggi riservati, l’arma privilegiata del Silvio nazionale e paradossalmente la più democratica. Due punti percentuali di flessione (dal 65% al 63%) della fiducia dei cittadini nei confronti del premier, infatti, per quanto rappresentino ancora una fiducia incontrastata dell’elettorato, sono bastati al Cavaliere per mettere in atto un abile strategia difensiva nei confronti della magistratura: un duro attacco sferrato direttamente e senza mezzi termini, supportato da un altro tragico dato, ossia il calo di prestigio di cui la magistratura gode presso i cittadini, il 7% in meno rispetto all’anno scorso e complessivamente il 21% del consenso nazionale. Che dire? Il Governo adora l’opposizione!

E’ troppo facile relegare Berlusconi al ruolo di burattinaio e manipolatore del consenso nazionale. Questo è ciò di cui sono convinti coloro che attaccano continuamente lui e le varie caste di potere e che viziano gli italiani a trasferire tutte le responsabilità di una generale assenza di coscienza civile e politica sui nostri rappresentanti di Governo, invece che su di noi, liberandoci la coscienza in una sorta di quotidiano rito populista di autoassoluzione. E’ ovvio che sia così, non otterrebbero mai consenso se non dicessero anche loro ai cittadini quello che i cittadini vogliono sentirsi dire. Al pari dei politici, sul versante opposto, anche questi finiscono con l’organizzare una macchina della controinformazione – peraltro miliardaria – che cerca di garantirsi la fiducia convincendo gli italiani che sono loro le vittime della casta e non che la casta potrebbe essere anche un prodotto degli italiani. E noi, cittadini, preferiamo lasciarci cullare dall’ azione salvifica che ci arriva da entrambe le parti convinti che la responsabilità non è nostra. D’altronde per continuare a gestire il consenso ed essere lautamente stipendiati, questi devono farci credere che loro sono i nostri salvatori e nulla potremmo gestire senza di loro.

Ma, come abbiamo visto, Berlusconi mica se li inventa i sondaggi su cui organizza le proprie strategie politiche, anzi, questi alla fine sono proprio lo specchio del nostro stesso modo di pensare e agire. La verità di fondo è che non possiamo lamentarci di ciò che ha prodotto il sonno della nostra coscienza: l’Italia inciuciona e ladra siamo noi. Prima di tutto, noi. Con i nostri 200 miliardi all’anno di evasione fiscale che finiscono con il gravare sul portafoglio dei contribuenti degli altri “ingenui” cittadini onesti, siamo noi i figli di quell’opportunismo cronico che ci consente di tutelare nel nostro piccolo spazio medio-borghese i nostri interessi e i bisogni individuali più effimeri. Siamo noi quelli che incuranti dei doveri che derivano dall’appartenere a una società civile, siamo sempre aperti all’insubordinazione, all’adulazione e all’abuso del potere e alla raccomandazione facile. L’italia corrotta siamo noi.
La casta politica che tanto deploriamo, così come i Ricucci, i Corona, gli Scaramella e gli altri furbetti del quartierino non sono altro che il nostro specchio e rappresentano la nostra incapacità di costruire dal basso una società civile compatta e una coscienza politica veramente critica che abbatta i muri del nostro individualismo patologico, nemmeno quando ci dichiariamo “contro”, perchè preferiamo colpire Berlusconi come monopolizzatore e manipolatore dell’informazione, piuttosto di colpire l’italietta che si lascia rincoglionire dai vari show televisivi, siano questitalk, reality o a quiz. Questo non è il modello di informazione di Berlusconi, ma è prima di tutto il modello di informazione che abbiamo generato noi. La televisione, come dice Barnes Clive del New York Post “è la prima cultura genuinamente democratica, la prima cultura disponibile a tutti e retta da ciò che la gente vuole. La cosa più terribile è ciò che la gente vuole!”. Nessuno ci ha mai impedito di far crescere lo share di trasmissioni di rilievo culturale più elevato, come ad esempio “La storia siamo noi” di Minoli, facendola emergere dagli abissi nascosti del palinsesto televisivo.

E’ colpa nostra anche se ci lasciamo riempire quotidianamente la testa da un’informazione che non è più strumento di promozione civile, perchè orientata all’organizzazione del consenso attorno agli interessi individuali degli editori e dei partiti. Questa grande platea di spettatori “catatodici”, in overdose di informazione, siamo noi. Scollati dalla politica del Paese perchè preferiamo illuderci che la colpa sia dei politici e non del nostro mancato impegno civile. Assuefatti all’idea che siamo stupidi e che necessitiamo di una classe politica esperta, preferiamo continuare a delegare e criticare, senza impegnare nemmeno un briciolo di coscienza civile sulla crisi che scorre sotto i nostri piedi e rischia di farci franare. E ogni cinque anni mettiamo in scena un altro tedioso dejavu, quello delle elezioni politiche, un assurdo teatrino dove i leader di partito appaiono in tv per comunicare con la “gente normale” e invitare tutti a votare, perchè “votare è molto importante”. Tutti promettono soluzioni che rimedieranno i guai combinati dal governo precedente e i giornali ci riempiono la testa di congetture, resoconti, sondaggi. Perfino le campagne politiche ci trattano da stupidi, quali siamo, con slogan semplicistici tagliati appositamente sul nostro livello di comprensione: “Città più sicure”, “Meno tasse per tutti”, “Un milione di posti di lavoro”, “Si può fare”, “Un’Italia nuova” etc.
Poi arrivano le elezioni, cala l’eccitazione mediatica e tutto torna come prima. La coalizione che vince fa quello che vuole e continua a giustificarsi dicendo di essere stata eletta dal popolo. Tanto la memoria del popolo è breve: “in simbiosi con la macchina televisiva vive dell’istante e di lì a poco muore dimenticata”. E via così, nell’illusione mediatica che viviamo in una democrazia e intanto i mali dell’Italia continuano il loro corso incuranti di chi ci sia al governo perchè corruzione, evasione fiscale, abuso di potere, insubordinazione e opportunismo sono parte integrante anche della nostra vita quotidiana: in famiglia, nel quartiere, nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche.

Forse, il riscatto degli italiani, e di conseguenza dell’Italia, dovrebbe ripartire proprio dal territorio. Una riforma del sistema sociale e politico inteso su base locale: un sistema attraverso cui il popolo sia costretto finalmente ad autogovernarsi, riprendendo responsabilmente le redini del proprio ruolo civile e politico. Un sistema decentralizzato che permetta ai cittadini di gestire i propri affari e la politica sul territorio senza affidarsi ad autorità esterne, ponendo l’urgenza e la priorità sulle soluzioni a livello locale. Questo permetterebbe, per esempio, ai cittadini di Vicenza di poter dire con forza “No al Dal Molin” o alla popolazione della Val di Susa di dire “No Tav”, senza che il loro “no” e le esigenze della cittadinanza debbano essere per forza calpestati dagli interessi e le trame politiche di Palazzo. Non sarebbe una novità: qualcosa di simile è avvenuto anche alla fine del Medioevo con la nascita delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri: i popoli si sollevarono in tutta Europa per liberarsi dalla sottomissione dei nobili e fondarono le loro città libere. Uno straordinario movimento popolare che diede vita in Europa a un nuovo ideale di libertà.
Oggi che l’uomo ha assottigliato enormemente gli spazi di prossimità aprendo le vie di una comunicazione di rete più immediata e diretta, è possibile pensare anche a modelli di partecipazione diretta dei cittadini alla vita politica. Per esempio, attraverso un sistema che riporti il centro del dibattito politico in basso, sul territorio, e che si faccia rete di partecipazione e confronto tra movimenti e associazioni locali. Un sistema che organizzi il consenso sulla base di esigenze concrete: un organismo e una connessione di cellule che pur salvaguardando la propria individualità, si possano aggregare dinamicamente generando soluzioni a livello locale che possono avere ripercussione anche a livello globale.

Un mondo ideale? Chi lo sa, ma un fatto è certo: è proprio la pulsione ideale in questo momento che ci manca. Una pulsione che ci renderebbe liberi. In realtà, siamo tutti liberi, ma la questione è se abbiamo veramente voglia di esercitare questa libertà.

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