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Rivisti January, 5th 2007 by oogo

Il prof che ispira i Flash Mob

Abbiamo incontrato Ugo Guidolin, docente di teorie e tecniche dei nuovi media alla facoltà di Scienze della comunicazione, promotore dei Flash Mob che hanno sorpreso più volte i padovani durante lo scorso anno.

Come si sviluppa il Flash Mob?

«Ha raggiunto l’Italia nel 2003 per opera di JJ Flash, che è anche venuto a parlare agli studenti. È una performance artistica dove l’autore decide di riunire una serie di persone, stabilendo delle regole di comportamento molto semplici da attuare. Nasce come esperimento sociologico e diventa nell’ambito di Padova un esperimento mediatico. Questo perché è in parte definito dagli obiettivi dell’esame: visibilità e aggregazione, che sono le competenze di un comunicatore».

Dal Flash Mob del 6 dicembre, quando si sono riuniti dei giovani al Pedrocchi in attesa di un fantomatico vip, cosa è dunque emerso?

«Il fatto che si riesca a far parlare di un vip che non esiste e il generare all’interno di una città un movimento per cui tutti pensano che effettivamente quello sia un vip crea un cortocircuito tra quello che la gente fa automaticamente quando vede un vip e la realtà. Riuscire a far parlare i media di un evento creato a livello accademico, sviluppa l’arte del comunicatore, cioè riuscire a generare sulla base di un evento assurdo un evento mediatico».

Come valuta gli altri Flash Mob di quest’anno?

«Se quest’ultimo è molto riuscito come evento mediatico, gli altri lo sono a livello comunicativo. Ormai però sono diventati un’abitudine del mercoledì sera: “Andiamo a berci uno spritz o andiamo a fare un Flash Mob?”. Finora abbiamo seguito come regola di base l’assurdità dell’evento, perché attorno all’assurdità dell’evento si raggruppano le persone. Però mi piacerebbe che questi Flash Mob diventassero una forma di manifestazione pacifica con un significato. Si può cominciare a sperimentare questo utilizzando valori comuni come ad esempio la libertà d’espressione».

Quali altri progetti possono sviluppare gli studenti?

«Gli studenti possono sviluppare un progetto legato a qualsiasi nuovo strumento di comunicazione nato in questa era di internet, come il blog che sta dando degli ottimi risultati perché gli studenti inventano forme di comunicazione nuovissime. Il blog è nato come diario personale ma si sta lentamente evolvendo. Gli studenti per esempio hanno creato un blog in cui hanno stabilito dei personaggi e delle regole e con queste stanno costruendo un romanzo: The London Project».

Perché nell’organizzazione del Flash Mob è internet ad avere una forte valenza?

«Internet in questo momento si trova complice di una congiuntura nella dinamica della comunicazione, che è una spinta che si rivolge più dal basso verso l’alto che non al contrario, come hanno fatto in precedenza tutti gli altri mezzi di comunicazione. Questo flash mob come molte altre forme del web sono dei cortocircuiti che vengono innestati all’interno dei tradizionali sistemi di comunicazione, nel senso che dal basso si può generare un evento come il Flash Mob attraverso una comunicazione virale come quella dell’e-mail».

Internet si può considerare un valido mezzo d?informazione?

«Internet è il mezzo di informazione. Il che non vuol dire che sostituirà i tradizionali mezzi di comunicazione di massa. In questo momento sta semplicemente inserendosi all’interno di questi per trasformarli. Per cui oggi esiste la radio ma esistono anche i podcast, esiste la tv ma esiste anche il video on demand, esiste il giornale ma esistono anche i blog che vivono in maniera complementare. I giornali stessi offrono blog ai loro lettori e versioni digitali del quotidiano. Dobbiamo però definire che l’accesso ad internet non è a tutti, parliamo di un mezzo usato da una piccola percentuale: gli «internettiani» italiani che fanno un uso quotidiano di internet sono 5-6 milioni. Poi c’è il fatto che internet si è sviluppato in maniera poco regolare, c’è chi deve ancora connettersi con modem telefonico a bassa velocità».

Ritiene che ci sia difficoltà di comunicazione tra i giovani e che questi utilizzino i mezzi a loro disposizione nel miglior modo?

«I ragazzi comunicano più di prima, la frequenza è maggiore ma forse la qualità è peggiore. Fondamentalmente l’utilizzo di sms, chat, e-mail magari non soddisfa la sostanza della comunicazione. Ma non bisogna certo colpevolizzare i mezzi di comunicazione di massa, perché non sono loro che educano ad usarli, questo lavoro lo deve fare l’ambiente sociale in cui il giovane cresce».

Articolo originale qui: http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Il-prof-che-ispira-i-Flash-Mob/1469787

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