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Rivisti May, 1st 2008 by oogo

Citizen Journalism all'italiana

Scrivono articoli, scattano foto-notizie, realizzano filmati. Fanno il lavoro dei cronisti senza esserlo. Sono i giornalisti di passione (non di professione). I loro servizi si trovano online, “ospiti” in speciali sezioni di testate giornalistiche, ma ci sono anche notiziari online realizzati esclusivamente con articoli e video mandati dai cittadini. Giornalismo dal basso (grassroots media) lo chiamano. Con i nuovi strumenti tecnologici – ma può bastare anche un telefonino – chiunque può fabbricare notizie e metterle in rete. Lo fanno milioni di utenti, lettori, fruitori che da consumer (lettori, fruitori) hanno imparato a improvvisarsi producer (produttori o scrittori) guadagnandosi sul campo il nuovo titolo di prosumer . Succede negli Stati Uniti (vedi box nella pagina accanto su Current Tv e non solo) come in Italia. Per assaggiare il fenomeno del citizen journalism all’italiana basti una passeggiata nelle piazze virtuali di Radio Radicale o del Tgcom, e prima ancora di Wikinews. La versione italiana di Wikinotizie (sottotitolo “fonte di notizie a contenuto aperto che anche tu puoi scrivere”) esiste da tre anni e oggi contiene 5.343 articoli, la filosofia è quella di Wikipedia, l’enciclopedia compilata da noi utenti.
Radio Radicale ha sposato il giornalismo partecipativo dal luglio del 2006 creando sul sito lo spazio Fai notizia: ti registri e scrivi i tuoi inrterventi, puoi anche pubblicare video e immagini e partecipare a inchieste collaborative. «Siamo arrivati a più di 7mila utenti registrati e una media di 15 nuovi utenti al giorno. Da due mesi poi abbiamo lanciato le inchieste collaborative, in questo momento è frequentatissima quella sulle liste civiche di Beppe Grillo», spiega Diego Galli, responsabile del sito di Radio Radicale e di Fai notizia.
Il Tgcom di Mediaset ha lanciato un anno fa il progetto 120 Secondi per “reporter di strada”. Qui i giornalisti di passione mandano filmati girati e montati da loro con programmi di video editing, la richiesta della redazione è di non inviare video più lunghi di due minuti, l’impegno preso è di visionare tutti i filmati. «Sono arrivati in un anno duemila video, cinquecento quelli promossi (idonei per durata, modalità tecnologiche, contenuto) e pubblicati online», dicono a Tgcom.
Sono poche e recenti esperienze quelle italiane, in altri Paesi il citizen journalism ha fatto molta più strada, ma non sempre con successo.
Il giornale online sudcoreano Oh My News (due milioni di lettori al giorno), che ha come motto “ogni cittadino è un reporter”, conta ormai 23.000 collaboratori. Ma non tutte le iniziative sono decollate con successo. Ha dovuto rinunciare al suo spazio dedicato al citizen journalism il Los Angeles Times: al posto delle notizie apparivano immagini porno.

Molti siti di cj (anche italiani) stanno cercando una formula che sia sufficientemente democratica (giornalismo dal basso), ma anche sufficientemente sicura (chi garantisce sui contenuti?). Lo spiega Ugo Guidolin, docente di Teorie e tecniche dei Nuovi Media all’Università di Padova, che ha creato un anno fa Dominiopubblico.it, un sito di citizen journalism: «Dobbiamo affrontare il problema dell’information overload, che è concettuale ma anche tecnologico: c’è l’esigenza di distinguere l’informazione rilevante da quella non rilevante e c’è anche l’esigenza di liberare spazio negli archivi del web».

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