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Articoli March, 8th 2013 by oogo

Grillo politico o antipolitico?

Nel 2007 pubblicai questo articolo su Grillo, all’indomani del primo “V-Day”, all’interno di “Dominio Pubblico”, uno dei primi blog italiani di giornalismo partecipativo che avevo contribuito a fondare. Dopo sei anni il tema ritorna attuale e, rileggendolo – ritrovato in rete citato in un forum – rimane attuale pure il suo contenuto.

L’exploit di Beppe Grillo col V-Day, e tutto ciò che ne è seguito danno voce al malessere democratico dell’uomo comune secondo orientamenti ideologici che cercano di dare un senso all’insoddisfazione generale, ma che rischiano invece di ingabbiarlo nei soliti schemi demagogici del populismo e dell’antipolitica. E se invece il V-Day s’inserisse all’interno di un reale cambiamento politico in atto?

Il crescente sentimento di sfiducia e malcontento espresso dall’uomo comune nei confronti dell’attuale sistema politico italiano sta assumendo forme sempre più orientate all’astio e al rigetto perenne di ciò che viene già da tempo comunemente definito un “teatrino politico”.
Il V-Day, l’ultimo exploit di Beppe Grillo, e tutto ciò che ne è seguito – le nuove iniziative intraprese i giorni successivi dal comico attraverso il suo blog e i fiumi di parole e dichiarazioni che media e personaggi politici hanno riversato sull’evento – si inseriscono in questo corso facendo appello al risentimento comune secondo orientamenti ideologici che cercano di dare un senso all’insoddisfazione generale e rischiano però di ingabbiarlo nei soliti schemi demagogici del populismo e dell’antipolitica.

1. Populismo e antipolitica

Tra tutti i termini che sono emersi in questi giorni in tema di V-Day, quello che è stato maggiormente utilizzato e associato dallo stesso establishment politico a un pericolo imminente da non sottovalutare è “antipolitica”.
Secondo Alfio Mastropaolo (A. Mastropaolo, La mucca pazza della democrazia, Bollati Boringhieri, 2005), docente di Scienza della Politica all’Università di Torino, l’antipolitica è in primo luogo sinonimo di malessere democratico, ovvero la disaffezione, lo scontento, l’ostilità nei riguardi della politica intesa come principio regolativo. Un sentimento motivato dalla rassegnazione e dal rancore nei confronti di un sistema politico ritenuto comunemente estraneo alla sorte dei cittadini.
Questa forma di antipolitica è più personale e si riflette in comportamenti che rispondono a proteste che si riflettono nella piazza o nel segreto della cabina elettorale, vuoi votando partiti non convenzionali, vuoi mutando continuamente le proprie scelte di voto o vuoi, più semplicemente, non votando.
Una seconda accezione del termine, sempre secondo Mastropaolo, va ricercata invece in una visione più sociale del fenomeno, “una versione aggiornata di quell’antico fenomeno, pur sempre di vaga e ardua definizione che è il populismo” (Alfio Mastropaolo, Antipolitica alla origine della crisi italiana, Ancora, 2000) che fa leva sull’esaltazione del buon senso comune dell’uomo della strada e sull’indicazione di soluzioni semplici a problemi, che in realtà possono essere anche molto complessi, per predisporre il malessere antipolitico a un’azione concreta di protesta.
Se nel primo significato va a confluire il sentimento di disagio dell’uomo comune nei confronti della politica, nel secondo vanno a confluire, invece, quella pletora di discorsi e retoriche specificatamente critici nei confronti della politica di matrice più populista.
In questo senso, sarebbe antipolitico Grillo quando alimenta le sue campagne di messaggi che non possono che essere condivisibili dall’uomo sfiduciato della strada, perchè ne rispecchiano i concetti semplici e le forme retoriche:

“Non è un problema di mafia in Italia, il nostro vero problema è il Parlamento italiano” (Parlamento Europeo, 26 giugno 2007)
“Perchè l’8 di settembre? Perchè l’8 di settembre [1943] è stato il giorno della disfatta degli italiani, quando i Savoia hanno lasciato il popolo italiano allo sbando e da quella data lì non è cambiato niente!” (V-Day, Bologna, 8 settembre 2007)
“Questa gente in Parlamento che non rappresenta più nessuno perchè non sono stati eletti da nessuno.” (V-Day, Bologna, 8 settembre 2007)
“I veri abusivi sono nel nostro Parlamento” (V-Day, Bologna, 8 settembre 2007)

Grillo, in questo caso, non è diverso da Berlusconi: le sue argomentazioni non differiscono molto dalla retorica antipolitica utilizzata dall’ex premier per la sua discesa in campo:

“Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perchè non voglio vivere in un paese governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare” (Discorso della discesa in campo, 26 gennaio 1994)
“E’ possibile farla finita con una politica di chiacchere incomprensibili, di stupide baruffe e di politicanti senza mestiere” (Discorso della discesa in campo, 26 gennaio 1994)

e ancora:

“Uno che viene colto con le mani nel sacco e che subisce una condanna definitiva in cui si dimostra che lui è stato evasore del fisco io credo che abbia il buon gusto di mettersi da parte” (RaiTre)

Alle elezioni del 2001 il 40% di coloro che hanno scelto Forza Italia non ne condivideva i programmi in termini di tasse, sanità e imprese, ma l’antistatalismo e l’anticomunismo propugnati durante la campagna elettorale dal Cavaliere (Istituto Cattaneo, 2001).
Durante la campagna elettorale del 2004 il messaggio antipolitico di maggiore successo lanciato dall’ex premier fu quello contro “i politici professionisti che rubano”: i sondaggi dimostrarono che il 65% dell’elettorato era d’accordo con Berlusconi (Il termometro politico).
Citiamo Berlusconi a titolo di esempio anche se in Italia in molti hanno cavalcato le strategie dell’antipolitica sia in passato che in epoche più recenti, a partire da Guglielmo Giannini, fondatore nel dopoguerra del partito dell’Uomo Qualunque (da cui il termine qualunquismo) fino ad arrivare ovviamente a Umberto Bossi che proprio di recente alla Festa dei Popoli Padani a Venezia ha rinnovato l’immagine indipendentista della Lega prendendosela con il centralismo romano e i suoi rappresentanti definiti come “balordi” e “canaglie”.

“I nostri figli nasceranno nella Padania libera. Preparatevi che sta arrivando il momento: il giorno in cui dovremo combattere per la nostra libertà sta arrivando. Vedremo se sarà facile per Prodi e i suoi fermare dieci milioni di lombardi.” (Festa dei Popoli Padani, Venezia, 16 settembre 2007)
“Le schiavitu’ finiscono sempre la nostra finirà. I popoli padani hanno fatto il patto di Pontida: combattere fino alla fine, fino alla liberta’, fino a che la bandiera dei luridi centralisti finira’ nella polvere” (Festa dei Popoli Padani, Venezia, 16 settembre 2007).

Certo, fa specie che proprio Bossi dopo anni di “Roma ladrona!”, incitamenti alla rivolta fiscale e invettive secessioniste (“Finora gli è andata bene. Noi padani pagavamo e non abbiamo mai tirato fuori il fucile, ma c’è sempre una prima volta”) cerchi poi invece di smorzare i toni del V-Day di Grillo.

“Grillo e’ l’antipolitica, quando i comici fanno politica, siamo all’antipolitica”
“E’ facile dire taglia qui, taglia la, riduci lo stipendio, ma alla fine sono barzellette”

Anche in questo caso le invettive di Bossi possono essere associabili alla violenza verbale di Grillo a partire dal titolo dell’evento e dai suoi monologhi retorici intrisi di livore e sottolineati dai vari “vaffa…” ripetuti con rituale e crescente enfasi e rabbia. Soprattutto quando replica con toni durissimi al direttore del Tg2 mauro Mazza (“E se ti sparassero su per il…?”).
Potrebbero bastare questi pochi esempi a evidenziare il fatto che l’obiettivo di qualsiasi strategia antipolitica operata in questa direzione non può mai essere diretta a risolvere concretamente il disagio e il malcontento dei cittadini, quanto a fare da collettore del malessere comune e a generare solo dissenso attorno all’assetto politico ed economico. Un’antipolitica che diventa argomentazione populista, in cui le risposte che vengono fornite al cittadino sono autoreferenziali, ossia quelle che lui già conosce.
Un fenomeno che oggi spaventa il potere politico, ma che è imputabile a tre fattori fondamentali: la crisi dei sistemi e delle strutture di mediazione politica (non solo i partiti, ma anche i sindacati, la chiesa ecc.), la personalizzazione del potere (culto della personalità), la mediatizzazione della vita politica (Y.Mény – Y.Surel, Populismo e democrazia, Il Mulino, Bologna 2001).
Il risultato è un disgregamento dell’assetto politico in cui la gestione del potere si frammenta in una comune critica dell’oligopolio a partire dagli stessi che lo gestiscono, che per primi prendono a prestito la retorica antipolitica-populista per denunciare difronte alla vetrina mediatica divisioni elettorali, conflitti di interessi, clientelismo, chiusura al dibattito politico ecc.
In un sistema democratico il destino dell’azione antipolitica alla fine non può che essere quello di diventare un’azione politica, ossia una strategia per riveicolare all’interno dei cardini già definiti dal sistema – piacciano o non piacciano – la risoluzione di un vuoto politico: l’antipolitica dell’Uomo Qualunque svanì nel momento in cui un nuovo equilibrio stabilito dai partiti colmò il vuoto politico che si era generato in Italia nel dopoguerra e l’antipolitica berlusconiana fu funzionale al lancio del suo nuovo partito che andava a colmare il vuoto politico che si era generato al centrodestra dopo l’uragano “Mani Pulite”.
Proprio Mani Pulite ha rappresentato l’espressione massima di un’azione antipolitica, di tale forza da azzerare il predominio di un’intera classe politica, paragonabile nella storia recente in Italia forse solo al 1943, ma quali sono i suoi risultati oggi? Nulla è cambiato se dopo quindici anni il malcontento degli italiani si ritrova ancora in piazza a protestare contro l’establishment politico corrotto come allora.

2. Antipolitica e azione politica

L’antipolitica acquista quindi un senso nel momento in cui diventa anche azione politica: attraverso la proposizione di soluzioni concretamente attuabili, l’utilizzo di strumenti democratici e il coinvolgimento diretto e responsabile della popolazione. In tal senso potremmo citare come antipolitici Antonio Di Pietro, Marco Pannella, Mario Segni.
Una legittimazione politica del V-Day può essere ricercata nella raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare di cui Grillo si è reso promotore. Nella migliore delle ipotesi, in tempi molto lunghi, la proposta di legge del V-Day potrebbe confluire in un documento unificato che diventa poi legge se non fosse che corre il rischio di essere vanificata da altre iniziative politiche già da tempo avviate in merito alle stesse proposte e maggiormente articolate rispetto a quella di Grillo.
Vale infatti la pena sottolineare che due dei tre punti della legge popolare promossa da Grillo sono comunque già oggetto dallo scorso 18 maggio di proposta legislativa proprio da parte dell’Italia dei Valori di Di Pietro, come ha in parte ricordato l’on.Violante, e peraltro già in fase avanzata d’esame alla Camera e ci riferiamo alle proposte n.2680 e n.2681 in I commissione Affari Costituzionali, in materia di ineleggibilità ed incandidabilità dei condannati.
In merito invece al punto relativo alla riforma elettorale è importante ricordare che più di 800.000 firme sono già state raccolte e depositate alla Cassazione lo scorso luglio dal Comitato Promotore dei Referendum Elettorali presieduto da Giovanni Guzzetta e coordinato da Mario Segni, per promuovere un referendum abrogativo dell’attuale legge elettorale e che se tutto andrà bene il referendum si potrebbe svolgere fra il 15 aprile e il 15 giugno 2008.
L’azione politica del V-Day non va dunque ricercata in una legge popolare che difficilmente sortirà un successo autonomo, quanto casomai nel suo ruolo di amplificatore delle iniziative già intraprese: non bisogna dimenticare i legami tra Di Pietro e Grillo e il fatto che Di Pietro appoggia pienamente il referendum elettorale.
Ma il V-Day non è solo questo. Una connessione politica va ricercata anche all’interno della Lista Civica per la Repubblica dei Cittadini che all’interno del comitato promotore e tra i firmatari vede personaggi come Elio Veltri, Marco Travaglio, Dario Fo, Franca Rame, Gianni Barbacetto, Antonio Tabucchi, Lidia Ravera, Oliviero Beha, Pancho Pardi, Roberto Alagna e Beppe Grillo, appunto. Nata dopo le amministrative del 2006 oggi la Lista sta organizzandosi sempre più, ampliando i suoi consensi a livello nazionale e utilizzando il web come piattaforma di scambio e comunicazione privilegiata anche per la raccolta di fondi, adesioni e consensi. Il 6 ottobre prossimo a Roma (intitolato “Dal V-Day alla Lista Civica Nazionale”) la Lista Civica dei Cittadini presenterà il suo progetto politico che nel manifesto pubblicato in Rete ha come obiettivo quello di “restituire dignità alla Politica, intesa come servizio al Paese, di rilanciare democrazia ed economia, dopo anni di decadenza, attraverso la partecipazione dei cittadini, il controllo sul potere politico e l’impegno diretto nella gestione della cosa pubblica”.
Insomma, contrariamente a quanto si pensi, Grillo non corre da solo e potrebbe rappresentare il bacino di consensi più ampio di questo nuovo e articolato movimento politico di intellettuali, artisti, professionisti e liberi cittadini generatosi attorno al web. Un network di consensi che, nel caso di Grillo, può riflettersi anche in concrete azioni politiche localizzate nel territorio attraverso i suoi Meetup che raccolgono più di 54.000 adesioni e sono distribuiti internazionalmente in 261 città e 23 paesi e a questi oggi vanno ad aggiungersi i 300.000 firmatari del V-Day.
In questo senso il V-Day di Grillo potrebbe assumere una valenza non solo anti-politica, ma anche profondamente politica.
Bisognerà capire se questo eterogeneo movimento della rete riuscirà a strutturarsi e organizzarsi generando una base politica comune che nasca, in epoca di Internet contrariamente al passato, finalmente dal basso, dalla democrazia diretta delle piazze virtuali, oltre che di quelle reali. Qui acquista senso tutta l’invettiva di Grillo contro i partiti:

“Io non voglio fare un partito, io li voglio distruggere i partiti, perché sono il cancro della democrazia” (Sabaudia, 9 settembre 2007)

E se questo accade l’establishment politico attuale che sottovaluta la forza del pensiero collettivo della Rete, ancora arroccato dietro un’idea di centralità geografica e sociale della politica, dovrà cominciare seriamente a preoccuparsi.

Ugo Guidolin

Foto: world.time.com

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